Marcello Corti Marcello Corti

Registrare proprio non mi piace

Registrare è qualcosa che non mi piace fare

Registrare è faticoso, snervante, costoso e poco gratificante. Non mi piace farlo e rimango sempre deluso dal risultato finale, vuoi dal punto di vista tecnico, vuoi da quello artistico.

E’ da qualche tempo che registro. Ho realizzato negli anni tre cd: Histoire du Soldat e The Planets come direttore, The Teeth of the cow come trombettista. Ho diverse ore di materiale registrato e mai divulgato sul mio pc. Da “Sacrae Harmoniae” a “Il Carnevale degli Animali”, dai concerti dell’Orchestra Agnesi alla Settima di Beethoven fatta nel 2015. Ho registrato con qualsiasi mezzo: dai telefoni cellulari allo studio portatile dei Radiohead (sic!) con budget estremamente differenziati e risultati alle volte disarmanti.

Qualche esperienza insomma l’ho fatta: posso quindi permettermi di dire la mia opinione e cercare di spiegare perché non amo registrare.

Quella volta che ho capito qualcosa, forse

Il mio pensiero parte da uno degli aneddoti che talvolta amo raccontare. Era il 2011, forse il 2012. Mio fratello ed io siamo andati ad ascoltare un concerto straordinario: i solisti della Royal Concertgebouw di Amsterdam avrebbero eseguito uno dei miei lavori preferiti, il Quartetto n.2 di Janacek, Intimates Letters, a circa 100 metri da dove ora vivo.

Mio fratello, folle e avventuroso, aveva accettato di partecipare senza conoscere nulla del repertorio in programma: Mlàdi, Intimates Letters, un brano che sinceramente non ricordo di Martinu e uno di Lutoslawsky. Ci siamo comunque accomodati sereni in una sala non particolarmente affollata e abbiamo trascorso due ore in silenziosa compagnia.

registrare Marcello Corti Studio Venezia
Quella volta che registrammo con lo studio portatile dei Radiohead in un luogo che non esiste più.

All’uscita eravamo entrambi soddisfatti: l’esecuzione di livello ovviamente altissimo e il repertorio più che prezioso avevano reso il pomeriggio davvero un successo. Ricordo esattamente l’esordio della risposta di mio fratello alla mia domanda “allora, cosa ne pensi?”. Lui aveva risposto, con la semplice sincerità di chi non aveva mai frequentato sale da concerto: “non mi immaginavo che un quartetto d’archi suonasse così. Sui cd è diverso”.

A distanza di anni continuo a ripetermi che è vero: la musica dal vivo ha una ricchezza che non è riproducibile: la ricchezza infinitamente sfaccettata di un suono non è sintetizzabile in un’onda senza perdita di dati. Parlo non solo della risposta acustica di una sala allo strumento (unica ed irriproducibile), non solo della ricchezza di armonici contenuti in un suono, del limitabile ma comunque inevitabile appiattimento delle dinamiche, del falsato punto di ascolto, artificiosamente ricreato da un tecnico in studio. Ma parlo soprattutto dello smarrimento di tutta la componente emotiva, emozionale e per questo irripetibile che la musica ha. La sorpresa dei suoni così come escono dagli strumenti, se diventa ripetibile non è più una sorpresa.

Continua…

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