Marcello Corti Marcello Corti

L’imperfezione che impreziosisce

Sono sempre stato un fanatico dell’imperfezione: ho speso una vita ad allenarmi ad essere imperfetto e non vedo per quale motivo dovrei cambiare.

A tutti gli effetti sono anche un grandissimo fan anche della perfezione: ho consumato, letteralmente consumato contenuti musicali dove l’interprete, o gli interpreti, puntano a curare, limare e appunto perfezionare ogni singolo aspetto della loro performance.

Eppure qualsiasi esecuzione priva di imperfezione non riesce a emozionarmi, a restarmi dentro, come quelle registrazioni che presentano dei minuscoli ma percettibili difetti. E’ l’emozione che nasce da quella che potrei definire la dialettica dell’imperfezione: una squisita estasi che poco ha a che vedere con la fragile e diamantina esattezza.

Ora, voglio proporvi due ascolti: il primo è il Bolero di Ravel, nella splendida esecuzione diretta dall’immenso Celibidache del 1994. Un’esecuzione da togliere il fiato conclusa da una smorfia di disapprovazione. Celibidache non è evidentemente soddisfatto del finale, di quelle ultime due battute che scivolano dal suo incredibile controllo ritmico e melodico.

Se avete voglia confrontate il finale del 1994 con quello del 1983, nel video qua sotto: le ultime battute sono nette, pulite, splendidamente scandite nel ritmo e nella direzione. Eppure la versione del 94, tra smorfia, dispiacere e ovazione, mi emoziona molto di più.

Mai quanto mi emoziona il prossimo, ultimo brano, che ho trovato per caso navigano nella rete. Si tratta di un brano di Georgy Vasilyevich Sviridov (1915-1998), compositore russo allievo proprio del celebre Shostakovich. Il brano è tratto dal suo concerto corale “Pushkin’s Garland” composto nel 1979. Delle dieci parti di cui questo lavoro è costitutito, potete ascoltare la n.7, Reveille nell’esecuzione assolutamente stordente di questo coro giovanile. Credo di aver ascoltato questo video una cinquantina di volte, non scherzo.

E’ un video imperfetto sotto tutti gli aspetti: la camera tremolante, la pettinatura del ragazzino dietro le quinte, l’intonazione dei solisti vicina alla perfezione ma delicatamente imprecisa, il timbro ingolato del basso, così distante dall’estetica europea, la mancanza di vibrato, la drammatica imprevedibilità degli attacchi, le espressioni distratte e disinteressate dei cantori. Tutto questo contribuisce in modo olistico a rendere la splendida musica di Sviridov estremamente viva. Quello che vi invito a fare è di confrontare quest’esecuzione con quella che segue, da incisione, netta, studiata e, per quel che mi riguarda, per niente emozionante.

La concertazione di Celibidache del Bolero resta comunque qualcosa di inarrivabile. C’era una volta il direttore d’orchestra…

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